La tirannia come potere infantile. L’Ubu Roi di Alfred Jarry

Duccio Chiapello

Abstract


Negli anni ottanta dell’Ottocento nasce Ubu, l’immaginario tiranno dagli smodati appetiti che nell’arco di poco più di un decennio, grazie alla penna di Alfred Jarry, conquisterà un posto di primo piano nel panorama dell’avanguardia teatrale parigina. Ubu non è, tuttavia, semplicemente un fenomeno culturale: è anche il risultato di una inedita e primordiale riflessione sul potere. Ubu nasce come l’incarnazione della dismisura, come l’espressione piena e completa della tirannia come potere infantile, mossa da un’immaginazione bulimica e trainata da brame travolgenti, costantemente accompagnata dal rifiuto di ogni decoro e di ogni mediazione: ed è, a ben vedere, una delle più profetiche e a suo modo accurate preconizzazioni di quello squilibrio fra gli appetiti dell’autocrate e le capacità di tenuta dell’ecosistema in cui questi opera che sarà l’eminente e drammatica cifra delle terribili deflagrazioni del ventesimo secolo. Una riflessione, questa, che assume connotati ancor più precisi quando si sofferma a descrivere un assetto istituzionale protetto da una fragile campana di vetro, impenetrabile solo per chi ha remore a colpirlo, e un apparato amministrativo così permeabile all’arbitrio da essere strutturato «proprio come se lo avesse costruito il tiranno in persona».

Parole chiave


Alfred Jarry; Ubu Roi; Tirannia; Potere infantile; Autocrazia.

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DOI: 10.6092/issn.1825-9618/4228

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